I ricci di mare sono animali inconfondibili che popolano la Terra con circa 950 specie diffuse quasi in tutti i mari, dalle pozze di marea fino alle grandi profondità
I ricci di mare appartengono al phylum degli echinodermi come le stelle di mare, le oloturie, i crinoidi e le stelle serpentine. Il corpo appare globiforme e ricoperto da aculei la cui lunghezza e forma possono variare di molto in relazione alla specie. Si presentano per lo più come strutture lunghe e aguzze che possono rompersi e infiggersi nella cute dei predatori, creando intenso fastidio e agendo da veri e propri corpi estranei favorendo la comparsa di infezioni locali. Gli adulti mostrano una simmetria pentaraggiata con sezioni in successione, un po’ come gli spicchi di un agrume. Questa caratteristica è ben visibile osservando gli esoscheletri globosi dei ricci morti, formati da ossicoli e piastre di carbonato di calcio. Quando l’animale è in vita, l’esoscheletro è invece ricoperto da tessuti, aculei e pedicelli, mentre ospita all’interno gli apparati vitali.
Guardando infatti un riccio di mare vivo dall’esterno, non è facile immaginarne la struttura corporea. La bocca è posta al centro della porzione ventrale che è a diretto contatto col fondale. È dotata di cinque denti uniti alla muscolatura: questo complesso, unito alla faringe, è noto come “lanterna di Aristotele” che per primo lo descrisse. Tramite la bocca l’invertebrato raschia e trita le alghe e le piante marine delle quali si nutre. Al contrario, l’ano è posto sulla porzione dorsale del corpo e vicino a questo vi sono i gonopori, piccoli fori attraverso i quali vengono rilasciati in acqua lo sperma o le uova.
Questi animali sono per lo più a sessi separati e le gonadi, che rappresentano la porzione d’interesse culinario, occupano gran parte della cavità corporea che include l’apparato digerente e altre strutture complesse. Tra queste la più peculiare è il sistema acquifero, che attraverso un sistema di canali agisce come una pompa idraulica consentendo il movimento tramite specifici pedicelli ambulacrali (cioè dei piccoli prolungamenti) che terminano con una struttura simile a una ventosa.
È inoltre di grande interesse scientifico, tuttora oggetto di intenso studio, la presenza di fotorecettori diffusi su tutto il corpo che permettono all’animale di indirizzare i movimenti e reagire al cambiamento di luce.
Dalla cucina alla conservazione della specie
Il consumo di ricci di mare è una tradizione culinaria con profonde radici storiche in numerosi stati, dall’Alaska al Giappone fino anche all’Italia. A livello mondiale si stimano circa 18 specie commestibili e la quasi esclusività degli esemplari consumati globalmente proviene dalla cattura in natura. Tra i più grandi consumatori al mondo vi sono il Giappone, la Corea del Sud e la Francia. Anche alcune regioni italiane hanno nella propria tradizione culinaria il consumo di questi echinodermi; la specie consumata in Italia è Paracentrotus lividus che popola il Mare Mediterraneo e parte dell’Oceano Atlantico fino alla Scozia. La sua pesca è strettamente regolamentata in Italia fin dal 1995 e oggi varia tra le regioni che pongono limiti di cattura o divieti specifici al fine della conservazione delle popolazioni selvatiche.
Purtroppo, la pesca illegale è ancora molto diffusa anche in Italia e annualmente i controlli delle forze dell’ordine consentono il sequestro di quintali di ricci e delle attrezzature utilizzate dai pescatori di frodo. La specie popola sia le praterie di piante marine (fanerogame) sia i substrati rocciosi, nutrendosi di alghe. La popolazione mediterranea è in declino ed è dunque fondamentale tutelare e consentire l’incremento delle popolazioni selvatiche.
Non solo spine, attenzione massima
Non vi sono studi su larga scala invece sul veleno di tali animali a eccezione della specie di riccio di mare più velenosa ritenuta essere Toxopneustes pileolus diffusa nell’Oceano Indopacifico occidentale. La specie è nota come riccio fiore per la tipica e inusuale morfologia che non è caratterizzata da spine, bensì da strutture a sezione globiforme attraverso le quali il veleno può essere veicolato contro l’aggressore a fine difensivo. L’azione tossica nell’uomo è nota fin dal 1930 ed è conseguenza di due molecole, la contractina A e la peditossina. La prima, scoperta nel 1991, interferisce con la trasmissione nervosa, causa emoagglutinazione e paralisi facciale, mentre la seconda convulsioni e shock anafilattico. Una terza tossina, denominata UT841 è stata scoperta nel 2001. Il dolore seguente alla puntura è intenso ed è opportuna l’immediata fuoriuscita dall’acqua e un tempestivo supporto medico al fine di evitare le conseguenze, talora persino letali, segnalate in bibliografia.
La scena di un delitto imperfetto
I progenitori dei moderni ricci di mare popolavano le acque già del Paleozoico durante il Permiano, molto prima della comparsa dei primi rettili e grazie ai fossili sono numerosi gli studi condotti per ricostruire l’evoluzione di questi organismi. Durante gli scavi si fanno però anche scoperte curiose. Ad esempio, nel 2016 Peter Bennicke ha scoperto presso l’Isola di Mon nel Sud-est della Danimarca il fossile dello scheletro di un grosso riccio di mare. Una volta portato a casa ha notato due lesioni sulla superfice di questo compatibili con i fori lasciati dal morso di un grosso rettile marino, probabilmente un mosasauro. Presso il Geomuseum Faxe sito a Fakse, in Danimarca, utilizzando modelli di bocche appartenenti a rettili marini, è stata confermata l’ipotesi a testimonianza di un fallito attacco di un predatore datato 66 milioni di anni fa.








