Che cosa fare se ti senti vittima?

Sei convinto che subisci sempre: che cosa fare se ti senti vittima?

La prima cosa cui prestare attenzione sono le false convinzioni: io sono buono e gli altri cattivi, sono una vittima, non so impormi, devo essere più forte… attento: lamenti, autocommiserazione e la tendenza a correggerti ti inchiodano nel ruolo di chi subisce sempre!

«Faccio sempre tutto quello che posso per i miei amici, se uno ha bisogno io ci sono. Ma poi ­ nisce che se ne approfittano, danno tutto per scontato. E in più quando ho bisogno io tutti spariscono…». «Non so dire di no, è questo il mio problema. Spesso vorrei, ma è come se mi mancasse il coraggio e così mi lascio mettere i piedi in testa». «La meritavo io quella promozione. Forse non mi faccio valere perché penso di non valere niente?». Nella vita di tutti i giorni sono tanti gli esempi in cui “farsi rispettare” diventa un tema importante – molti li abbiamo riportati a ­fianco, tratti da email alla redazione o da colloqui di psicoterapia… La sensazione prevalente quando non ci sentiamo rispettati è di amarezza, di sconforto e arriva dopo che per l’ennesima volta non si è riusciti a far valere i propri bisogni, le proprie esigenze, a volte addirittura i propri diritti. La motivazione più diffusa sembra essere: «Non dico quello che penso e non faccio quello che vorrei perché ho paura di quello che penserebbero gli altri». Come se fossimo di fronte a una giuria pronta a condannarci quando mettiamo noi stessi in primo piano… Quando provi quelle sensazioni, in automatico, scattano subito le false idee, e sono loro il vero nemico su cui ci concentreremo. Prima falsa idea: io sono quello buono in un mondo malvagio. Seconda falsa idea: ho qualcosa che non va, una carenza che mi rende inadeguato e mi impedisce di impormi. Terza falsa idea: devo migliorare, devo essere più forte, più assertivo, più deciso, devo impormi di più! Scopriremo che queste false idee sono proprio ciò che ci tiene lontani dalla soluzione, perché ci impediscono di guardare dentro se stessi…

Non voler vedere

Marco, 55 anni, racconta: «Da quando è morto mio padre, tre anni fa, sto provando a convincere mia sorella a dividere l’eredità, tra cui soprattutto la casa paterna. Ma lei ci si è installata da quando nelle ultime settimane aveva assistito nostro padre malato – ora mi rendo conto quanto fosse strategica la sua mossa… – e ora che lui non c’è più accampa mille scuse, dice che bisogna prima vendere gli oggetti, poi parla di fantomatiche aste, oppure recita la parte della santa, lei si occupa di bisognosi, non ha tempo, ci sono sempre cose più importanti… Come se fossi io quello cattivo e insensibile. E infatti appena può mi fa pesare il cattivo rapporto che avevo con papà, i mille litigi… E lo so che mi sta prendendo per il naso, ma piuttosto che rivangare quelle cose dolorose taglio corto ogni volta… E lei se ne approfitta». Il punto per Marco non è farsi rispettare: è il senso di colpa per aver trascurato il padre, i sentimenti ambigui e dolorosi nei suoi confronti – la rabbia e l’intreccio tra amore e odio: sono così brucianti che non va mai ­ no in fondo per non dover guardare questo suo volto “cattivo”. Guardare tutti i propri volti è allora il primo antidoto a quelle false idee di cui parlavamo.

Scoppi di rabbia

Ci sono persone che vivono come se tutto il mondo mancasse costantemente loro di rispetto; loro sì che sono buoni e bravi, ma poi basta niente ed ecco uscire un’aggressività inconsulta. Ad esempio Laura, 45 anni, vivrebbe serena e tranquilla con la famiglia nella sua villetta con giardino, acquistata con tanti sacri­fici e duro lavoro, se non fosse che l’albero del vicino sborda nel suo e fa cadere rami e foglie. Lei cortesemente ogni volta gli chiede di potarlo, lui dice che gli dispiace proprio del disguido, si offre di ripulire, ma di potatura nemmeno l’ombra. «Se ne frega!». E il giorno in cui, per un ramo caduto, Laura gli fa una scenata condita di urla e parolacce di fronte ai ­ gli, è lei la prima a spaventarsi e a capire che forse nella sua visione – io sono buona il mondo è insensibile e stupido – c’è qualcosa che non va…

Animali opposti

Amiamo dividere il mondo in pecore e lupi: forse vorremmo essere lupi, ma quando siamo in macchina e urliamo appena uno ci taglia la strada ci viene il dubbio che proprio questa è la prova che invece siamo pecore, capaci di fare la voce grossa solo quando siamo protetti dentro la nostra auto, ma pronti ad abbassare la testa e a stare zitti se un vero lupo ci minaccia… E se qualcuno ci dicesse che pecore e lupi non sono davvero opposti? E se nel lupo ci fosse la pecora e viceversa? In realtà è proprio così: nessuno è solo pecora o solo lupo. Anzi la vittima, molto spesso e almeno nelle faccende di relazioni umane, è solo colei che fa agire all’altro la parte di sé che non vuole vedere. Non accetta la propria Ombra, non la vede proprio: «Io sono fatto così, sono timido, non sono capace di impormi, mi blocco, per cui non riesco mai a dire di no». Non reggere l’idea di essere, a volte, “il cattivo”, però, non vuol dire essere buono… In realtà una parte aggressiva c’è in ognuno di noi perché è una funzione essenziale, della vita: senza di quella il pulcino non rompe il guscio. Ma se la neghi, lei si inabissa per poi riaf­ orare in due modi: o come scoppi di rabbia (magari chiusi in auto, o nella forma di pensieri di odio compulsivi e involontari…), o come autoaggressione. Avete presente quelle persone che, ogni volta che fanno un piccolo errore, anche solo far cadere qualcosa che hanno in mano, iniziano a auto-insultarsi? «Sono il solito cretino, non ne faccio una giusta!». Ecco: c’è un occhio dittatoriale dentro di noi, che non vuole l’errore e la debolezza. Ma che, proprio così, la crea. Da dove viene? E si può spegnere o smontare? Sì, e lo scopriremo.

Le vostre voci: Cosa racconta chi vive ogni giorno l’amarezza di farsi mettere sempre i piedi in testa

INCOMPRENSIONE – Mi sento trasparente. Io parlo, spiego, chiedo, urlo, piango. Ma non cambia mai nulla. Lui continua a essere distaccato, freddo… Indifferente. Non è minimamente sensibile alle mie necessità, i miei sono capricci, sono una lagnosa, secondo lui non posso lamentarmi di tutto.

RABBIA – Le persone devono capire che io sono lì a lavorare! Che quel modo di buttare le cose in giro, di chiedere senza neanche un sorriso o un per piacere, è una mancanza di rispetto! Sarò anche solo un commesso ma il rispetto lo si deve portare! Mi sale una rabbia che spaccherei tutto!

SOLITUDINE – Da quando mi sono successe tutte queste sfortune, nessuno si è dato la pena di starmi vicino. Eppure io non faccio così: se qualcuno ha bisogno chiamo, mi interesso, mi offro di dare una mano. Invece se chiedo io, niente. I miei bisogni non vengono rispettati, anzi neanche calcolati.

DEBOLEZZA – Quando il capo alza la voce non so cosa dire, mi sento piccolo e mi odio per questo: non so oppormi a chi si mostra forte e autoritario.

DISPREZZO – Quando lui torna a casa la sera devo sopportare le sue battutine, offensive, denigratorie: “se facessi un lavoro serio come il mio allora sì che capiresti quali sono i veri problemi”.

INADEGUATEZZA – Al lavoro o ti imponi o peggio per te. Io odio chi si comporta in quel modo, trattando male gli altri. Io non ne sarei capace. Ma così finisco per subire.

OFFESE – Sono sotto le grinfi e di mia mamma e mio fratello da 40 anni, non mi rispettano. Cosa ho fatto di male? Non gli piaccio come persona, come fi glia, come sorella, ma io sono fatta così, invece loro pretendono che lasci il mio lavoro per lavorare gratis per mio fratello che mi offende in continuazione dicendomi che sono una buona a nulla.

SFORZI – Rispetto sempre tutti, mi sforzo di essere sempre gentile e di non farmi prendere mai dal nervoso, mentre gli altri non fanno lo stesso con me, mi trattano male.

UMILIAZIONE – Ogni volta mia madre mi umilia davanti a tutti. È lei che mi dà lo stipendio e si sente in diritto di dirmi che sono un incapace ogni volta che non è d’accordo sulla gestione dei clienti. Ho quarant’anni e non so mettere dei paletti per difendermi dalla sua arroganza. Dovrei andarmene, cercarmi un lavoro mio, ma non ho il carattere per farlo.

STANCHEZZA – Sono stanca e demoralizzata, vorrei essere chiamata e non rincorrerli in continuazione io.

INVISIBILITÀ – Gira tutto intorno a lei, non ringrazia, dà tutto per scontato. Ma come fa a non accorgersi di quanto è egocentrica? Parla in continuazione, interrompe le conversazioni degli altri, è inopportuna e saccente, si dà arie per quello che fa e io di fi anco a lei mi sento invisibile.

INGIUSTIZIA – I miei genitori mi aiutano economicamente, ma io avrei solo voglia di urlare il mio risentimento, per anni ho subito, io, la sorella maggiore, ho dovuto rinunciare alla scuola per portare i soldi a casa, mentre mio fratello è stato accontentato in tutto. Anche oggi che ormai guadagna molto più di me, sono io che devo rinunciare a parte della mia eredità per aiutarlo nei suoi investimenti.

SOTTOMISSIONE – Non riesco a tenere la schiena dritta con mio fratello e mio padre: io sono da sempre il “fesso” della famiglia e quindi non chiedo e non dico quello che dovrei. Ad esempio che oggi sono io a guadagnare più di tutti in azienda!

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