Cresce il numero di persone che donano il proprio corpo alla scienza dopo la morte: serve a futuri medici e chirurghi per esercitarsi, è utile per migliorare dispositivi di sicurezza come cinture e air bag e può insegnare molto a chi conduce indagini criminologiche
Sulla parete della sala settoria dell’Istituto anatomico dell’Università di Bologna campeggia una scritta: Hic mors gaudet succurrere vitae, qui la morte è lieta di aiutare la vita. È davvero così, nonostante l’apparente contraddizione dei termini: in questa sala, infatti, i cadaveri diventano fonte di apprendimento per futuri medici e chirurghi: uno strumento estremamente utile e difficilmente replicabile. Nonostante le moderne tecnologie, l’utilizzo del corpo umano rimane il mezzo migliore per l’apprendimento. Dobbiamo essere profondamente grati a chi ha deciso di compiere questo gesto.
Una scelta, quella di donare il proprio corpo alla scienza dopo la morte, che in Italia è sempre più praticata ed è frutto della diffusione di un cultura basata sui valori della solidarietà e della promozione della ricerca e della scienza.
Meglio dei manichini
In Italia i cadaveri donati alla scienza vengono usati nei limiti della formazione degli studenti in medicina, degli specializzandi e degli specialisti: i manichini che utilizziamo a scopo didattico hanno una funzione formativa limitata. La riproduzione dei livelli organizzativi del corpo umano non è infatti così precisa e rischia di essere falsata dalle inevitabili imprecisioni della plastica. Se poi lo studente ha interessi chirurgici, la possibilità di potersi esercitare su un corpo diventa fondamentale.
È grazie ai cadaveri che s’impara il vero significato del concetto di variante anatomica e la mancanza di una perfetta corrispondenza tra ciò che riportano i testi di anatomia e la reale disposizione degli organi nel corpo umano.
Decomposizione sotto la lente
L’utilizzo dei cadaveri nella scienza non si ferma però alla fondamentale formazione di futuri medici e specialisti: negli Stati Uniti, dove l’impiego è molto più ampio rispetto al nostro Paese, è attiva, ad esempio, un’istituzione che si chiama Body Farm, che fa parte del Centro di ricerche antropologiche dell’Università del Tennessee: un organismo di alto livello dove gli scienziati studiano con attenzione le diverse fasi di decomposizione del corpo. Nonostante tale campo di studi possa sembrare ripugnante, esso fornisce elementi estremamente utili per le analisi criminologiche: per riuscire a stabilire l’ora esatta di un delitto, infatti, è necessario tenere conto di molti fattori, dei quali alcuni sono attinenti al corpo, come temperatura e rigidità, mentre altri dipendono dall’ambiente in cui il cadavere viene ritrovato. Per essere analizzati, tutti questi dati vanno messi a confronto con i parametri di decomposizione naturale, cioè con il decadimento del cadavere in condizioni naturali.
Quindi, anche se non è una prospettiva allettante quella di aggirarsi tra cadaveri in decomposizione, questo tipo di studio è indispensabile per le indagini criminologiche. Insomma, i supergeni delle varie serie televisive come Bones e Csi non potrebbero risolvere brillantemente i loro casi se dietro non ci fossero accurati e meticolosi studi come quelli sulla decomposizione del corpo post mortem.
Crash test
Ma avere a disposizione dei cadaveri può essere utile anche per prevenire la morte o almeno per cercare di scongiurarla. È questo lo scopo del laboratorio di Bioingegneria della Wayne State University del Michigan (Usa) dove le salme vengono impiegate in test il cui scopo è quello di aumentare la sicurezza degli automobilisti.
Un settore che in questo ateneo ha preso il via nel 1939 e che ha contribuito a salvare la vita di almeno 8.500 persone all’anno, permettendo di migliorare la funzionalità delle cinture di sicurezza e degli airbag. Anche in questo caso, come in quello relativo alla formazione degli studenti, i ricercatori sottolineano come l’utilizzo di un cadavere sia di gran lunga preferibile a quello dei classici manichini da crash test perché alcune conseguenze degli impatti sul corpo umano non sono facilmente replicabili: capire, ad esempio, quanta forza d’urto siano in grado di tollerare il cranio, la colonna vertebrale o la spalla è fondamentale per progettare veicoli più sicuri, dove i limiti del corpo umano non vengano superati. Ecco perché, nonostante le critiche ricevute in passato sui fondamenti etici di tali procedure, le ricerche in questo settore della bioingegneria continuano. Negli ultimi anni si sono particolarmente concentrate su spalle, ginocchia, caviglie e piedi.
Giubbotti antiproiettile
Se l’uso dei cadaveri nei crash test ha sollevato polemiche in merito alla sua eticità, molto più clamore ha prodotto il loro impiego in ambito militare, soprattutto nel settore della ricerca balistica. Per fortuna le attuali ricerche fanno ricorso a materiale artificiale, come la gelatina balistica, ma fino all’inizio del XX secolo non sono state poche le armi testate su cadaveri che, occorre specificare, non erano stati donati alla scienza, ma provenivano abitualmente dai campi di battaglia. Nel suo libro Stecchiti, però, la scrittrice e divulgatrice scientifica statunitense Mary Roach rivela che l’impiego di cadaveri nell’esercito è attualmente ancora in atto: non sono più la potenza e l’efficacia delle armi a essere oggetto di studio, bensì le misure di protezione mirate alla difesa del corpo umano, come, ad esempio, i giubbotti antiproiettili. In questo caso, alcuni sensori posizionati sullo sterno del cadavere registrano l’impatto del proiettile e forniscono un dettagliato resoconto delle conseguenze sul torace. Benché si tratti sicuramente di un passo avanti rispetto ai test del passato, nei quali erano impiegati addirittura militari vivi, sono in molti a trovare discutibile tale utilizzo e a spingere affinché alle salme si possano presto sostituire manichini tecnologicamente evoluti.
Quanto pesa l’anima?
Ai primi del Novecento, Duncan MacDougall, medico statunitense, si mise in testa che l’anima avesse una massa e quindi un peso. Per dimostrarlo decise di pesare dei corpi umani prima e dopo il decesso, quando cioè teorizzava che l’anima si fosse involata verso il cielo. All’esperimento presero parte sei malati terminali e la media delle differenze tra le misurazioni effettuate prima e dopo il trapasso fu esattamente di 21 grammi. Forte di tali risultati, MacDougall concluse che l’anima pesasse 21 grammi. Non appena pubblicato, lo studio venne travolto dalle critiche della comunità scientifica. Nonostante tutto, però, qualcosa rimase nella cultura popolare, ispirando, nel 2003, il film di Alejandro González Iñárritu 21 grammi.
Omicidi a scopo… scientifico
Dal novembre 1827 al 31 ottobre 1828 i serial killer scozzesi William Burke e William Hare uccisero 17 persone per rivenderne i cadaveri a medici che li usavano per dissezionarli o per dare lezioni a studenti di medicina ed erano disposti a pagarli fino a 10 sterline l’uno. Quando la polizia scoprì il macabro mercato, Hare confessò in cambio dell’immunità, mentre il suo socio, Burke, condannato a morte, fu impiccato e il suo corpo venne donato all’Edinburgh Medical College. Il crimine operato da Burke e Hare sensibilizzò il governo inglese che, per evitare emulazioni, approvò l’Anatomy Act, nel quale vennero definite le procedure legali con le quali procurarsi cadaveri a scopo scientifico.
Così si stabilì che la Sindone è autentica
Negli anni Trenta, Pierre Barbet (1884-1961), chirurgo dell’ospedale parigino Saint-Joseph, decise di studiare la crocifissione di Cristo e la Sindone dal punto di vista scientifico.
Il risultato dei suoi studi, integrato con le sue esperienze di medico al fronte nella Prima guerra mondiale, è Un medico al Calvario, libro pubblicato postumo dove sono descritti gli esperimenti che fece utilizzando cadaveri non reclamati da nessuno e lasciati a disposizione degli scienziati che lo richiedevano. Convinto che per capire la crocifissione andassero studiati gli arti superiori, Barbet inchiodò alla croce diverse braccia di defunti e concluse che la Sindone fosse autentica presentando macchie di sangue in punti specifici delle mani “di cui nessun falsario poteva conoscere l’esistenza”.








