Non somigliare a nessuno: a che serve mettersi contro te stesso?

Non somigliare a nessuno: a che serve mettersi contro te stesso?

Pensi di dover mettere in luce il tuo lato migliore e correggere quello brutto? L’anima non vuole mai una cosa sola. Il tuo viaggio può cominciare solo quando smetti di lottare contro quello che non ti piace di te

Qualche giorno fa un giornalista mi ha domandato: «Dove si arriva, che cosa si raggiunge lavorando su di sé e, soprattutto, si conosce finalmente la quiete, la pace, se non la felicità?». La mia risposta l’ha sorpreso: «Si impara a non lottare più con se stessi». Il giornalista perplesso ha chiesto ancora: «Che cosa vuol dire? Che qualsiasi cosa faccio va bene? Che non devo più correggermi, che devo lasciare dentro di me tutte le brutture di cui sono fatto?». A modo suo aveva colto molto di quello che stavo dicendo, anche se non gli piaceva. «Ma allora – ha aggiunto – la psicoterapia non è il posto per diventare migliori, persone per bene, che non fanno più errori, che si comportano in modo etico?».

La doppia vita

Anna (40 anni) credeva, perché glielo ha detto il suo psichiatra, di soffrire di attacchi di panico per colpa di sua madre: infatti quando era piccola l’aveva vista più volte soffrirne. Spesso le diceva: «Devo scendere dall’auto se no muoio, tu fai quel che vuoi». E così abbandonava la piccola Anna in mezzo alla strada, nell’auto da sola. Le ore di psicoterapia a parlare di sua mamma però non hanno portato da nessuna parte. «Contesto che alla base di tutte le nevrosi vi sia un fatto traumatico, nel senso di un’esperienza infantile decisiva. Il medico, se adotta tale concezione, assume di fronte alla malattia una impostazione causalistica; volge cioè la sua attenzione soprattutto al passato, si occupa solo del perché e non dello scopo; e ciò costituisce spesso un grave danno per il paziente, il quale viene così costretto, talora per anni, a ricercare una qualsiasi esperienza infantile, mentre vengono trascurate cose che potrebbero avere per lui importanza immediata». (Carl Gustav Jung, Realtà dell’anima, Bollati Boringhieri).

Sapete come è guarita Anna? In una seduta, chiudendo gli occhi, ha cominciato a immaginarsi come una prostituta del ‘700 veneziano: gli uomini la corteggiavano, la pagavano, la desideravano e lei li faceva impazzire. Pensate: un’immagine strana per una donna che ha passato tutta la vita dai preti e dalle suore a fare beneficenza, a comportarsi da suora laica. L’anima di Anna soffoca di attacchi di panico, non perché durante la sua infanzia aveva visto gli attacchi di panico della mamma, non perché veniva costantemente abbandonata. Quelle erano cose spiacevoli, ma l’anima sognava altro.

L’anima di Anna si sentiva soffocata dalla sua religiosità unilaterale e la “puttana del ‘700 veneziano” rappresentava il prorompere dell’altro lato di sé. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere: perché una prostituta veneziana? Perché del ‘700? L’anima sceglie immagini antiche dell’epoca più adatta per esprimersi, per affacciarsi alla coscienza. Il mondo libertino del ‘700 veneziano era così lontano, agli antipodi della sua vita, tutta casa e chiesa. Ma la prostituta era una certezza inequivocabile e indiscutibile del suo inconscio. Da anni lei si sentiva male anche in chiesa e, spesso, andava a confessarsi perché sentiva “impulsi irresistibili” che condannava.

Le contraddizioni servono

C’era una lotta tra la donna pura e la libertina. Dostoevskij conosceva bene il problema: «Non amavo l’abiezione, ma mi piaceva quell’estasi dentro alla consapevolezza tormentosa della mia bassezza (…) Sono convinto che potrei trascorrere tutta la vita come un monaco, nonostante la lussuria bestiale che è in me e io stimolo di continuo» (Fëdor Dostoevskij, I demoni). Anna sentiva, come avrebbe detto Englander, irresistibili impulsi, ma li combatteva, li ripudiava, li voleva cancellare. Si colpevolizzava tantissimo quando si toccava. Li accettava solo come immagini pertinenti a una prostituta veneziana del ‘700. Nella sua fantasia era sempre mascherata. Le ho spiegato che non c’era contrapposizione tra la “suora laica” e la “donna mascherata” che desiderava il piacere. Entrambe le donne volevano stare insieme, dentro di lei.

La seduta risolutiva è stata quella in cui ha potuto immaginare se stessa, in un lato della mente, come la donna che pregava e dall’altro lato, contemporaneamente, come quella vestita in modo trasgressivo, mentre camminava per la Venezia settecentesca. La lotta è cessata in quell’immagine, evocata a occhi chiusi. Gli attacchi di panico sono scomparsi. Si ripresentavano quando era completamente assorbita dalla vita parrocchiale, ma per farli cessare bastava che lei chiudesse gli occhi e facesse arrivare l’immagine della donna trasgressiva. In qualche modo la Maria dei cattolici e l’Afrodite dei Greci non lottavano più l’una contro l’altra.

Non somigliare a nessuno

Francamente non amo la frase: “lavorare su di sé”. Perché chi lavora su di sé, finisce sempre per scegliere quello che crede il suo lato migliore. Mettendo in ombra quello che chiama il “lato brutto”. Quanta vita sprechiamo per cercare di correggere quelli che chiamiamo i nostri difetti, le nostre brutture, i nostri vizi.

Angelica, 35 anni, mi dice che ha rovinato tutti i suoi rapporti d’amore, le sue relazioni di coppia, a causa della sua possessività. Anche lei, come Anna, attribuiva il suo “difetto” all’esterno: a un padre che se n’era andato via di casa troppo presto, quando era piccola. I rapporti d’amore in realtà non finiscono perché siamo possessivi, ma semplicemente perché non vogliamo che durino! E quindi benedetta possessività! Se vuoi amare un uomo dopo l’altro, perché vuoi a tutti i costi una relazione duratura?

L’anima faceva finire le sue storie rapidamente, perché non voleva sposarsi come tutte le altre. Le piaceva “possedere” più uomini, uno dopo l’altro: uno solo per sempre non le bastava. Non lottare con se stessi significa dirsi: «Io sono così, sono quella che fa così, perché voglio volare di fiore in fiore». Colpevolizzarsi significa ripetere sempre di più quell’esperienza; non lottarci contro invece porta alla pace. «Sono questa e sono quella», sono la possessiva e la donna che vuole restare da sola: nell’anima non c’è mai, mai un solo lato. La suora laica e la prostituta non sono l’una contro l’altra. E comunque il mio lavoro mi ha insegnato che se smetto di lottare con me stesso, con quello che non mi piace di me, allora, solo allora, il viaggio dell’anima comincia per davvero. L’anima non vuole avere una sola cosa, ma anche il suo opposto e non vuole assomigliare a nessuno. Che importa se tutte si sposano? Mica le devi imitare! Che importa se tutti si comportano bene e tu no? Ricordiamoci Dostoevskij. La psicoterapia ha senso solo se ti aiuta a ricordarti che il tuo viaggio ha la sua meta, non quella di qualcun altro.

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