Mussolini era convinto che annettere il fiero Paese africano all’impero d’Italia sarebbe stata cosa rapida e indolore. Si sbagliava: i nostri connazionali ebbero la meglio solo grazie alla superiorità numerica e tecnologica, ma gli etiopi combatterono fino allo stremo e dopo la sconfitta si diedero alla guerriglia
Mussolini, ossessionato dal desiderio di portare lustro al fascismo, nel 1935 mise in atto una campagna di aggressione contro l’Etiopia. Doveva essere veloce e vittoriosa e non si badò a spese: fu impiegato un esercito di 200mila soldati, un contingente di circa 100mila ascari (soldati indigeni) eritrei e almeno 50mila “Camicie nere”, fascisti inquadrati nella Milizia del regime. Vennero inviati in Africa migliaia di mitragliatrici, centinaia di cannoni pesanti e di carri armati, circa 200 aeroplani tra caccia, ricognitori e bombardieri. Agli ordini dell’imperatore etiope (negus) Hailé Selassié (1892-1975) c’era invece un esercito di 300mila uomini con poche mitragliatrici, ancor meno cannoni e carri armati e nessun aereo. Il piano strategico era semplice: dalle due colonie italiane (l’Eritrea e la Somalia), sarebbero partiti due corpi di spedizione rispettivamente da nord e da sud, per stringere gli etiopi in una morsa. L’esercito in marcia dall’Eritrea, al comando del maresciallo Emilio De Bono, era di gran lunga più forte (110mila soldati italiani e 50mila ascari) dell’altro, al comando del generale Rodolfo Graziani, che aveva soprattutto il compito di distrarre le truppe nemiche tenendole impegnate su un fronte secondario. Le ostilità iniziarono il 3 ottobre 1935. De Bono si inoltrò in territorio etiope, conquistando facilmente Adua (6 ottobre) e Axum (15 ottobre). Poi si fermò, costruendo trincee difensive. Il 28 novembre Mussolini, che voleva una guerra lampo, sostituì De Bono con il maresciallo Pietro Badoglio, ma questi proseguì una linea attendista e alla fine di dicembre dovette subire una violenta offensiva etiope che rischiò di travolgere le linee italiane.
La battaglia del Tembien
Le truppe etiopi agli ordini del ras Cassa invasero la regione del Tembien, appena conquistata dagli italiani, cercando di sfruttare l’errore di Badoglio che aveva spinto troppo avanti il fronte per occupare l’importante città di Macallè: a nord superarono il fiume Takazze e sopraffecero le forze italiane al passo Dembeguina, respingendole verso Axum e Adua. Più a sud, circa a metà tra Axum e Macallè, tre settimane dopo gli uomini di ras Cassa cercarono di forzare il passo di Uarieu. Sulle prime vennero respinti dalla divisione di Camicie nere 28 ottobre. Ma il giorno 20 gennaio una colonna al comando del generale Diamanti (1.500 uomini) uscì dai fortini e trasgredendo gli ordini di Badoglio occupò una posizione avanzata sull’Amba Debrà. Furono circondati da forze etiopi di gran lunga superiori e subirono perdite gravissime. Se gli etiopi fossero riusciti a sfondare, non sarebbe stato possibile fermarli perché non c’erano truppe di riserva. Nella notte del 22 gennaio, Badoglio fece predisporre il ritiro del quartier generale da Macallè (poi interrotto). Fu salvato dall’aviazione, che bombardò gli africani con 360 tonnellate di bombe convenzionali e anche con l’iprite: «All’improvviso», raccontò un testimone etiope, «si videro alcuni uomini lasciar cadere le loro armi, portare urlando le mani agli occhi, cadere in ginocchio e poi crollare a terra. Era la brina impalpabile del liquido corrosivo». La battaglia del Tembien si concluse con perdite pesanti sia tra gli etiopi (8mila morti) sia tra gli italiani (1.100 morti).
Sul fronte sud
Anche il generale Graziani, sul fronte meridionale, prese l’offensiva per impedire alle forze dell’estremo Sud del Paese (10mila uomini), guidate da ras Destà, di aiutare il negus. Anche qui l’aviazione (76 velivoli al comando del colonnello Mario Bernasconi) giocò un ruolo chiave. Il 30 dicembre 1935 venne ordinato il bombardamento di Dolo, una piccola località sul confine tra Somalia ed Etiopia, dove il controspionaggio aveva assicurato la presenza di ras Destà nei pressi dell’ospedale della Croce Rossa svedese: Graziani ordinò comunque l’attacco, consapevole del rischio di colpire i feriti. La distruzione dell’ospedale gettò un grande disonore sull’Italia. L’offensiva vera e propria iniziò il 12 gennaio 1936, ma si trasformò presto in un inseguimento degli etiopi, indeboliti dai continui bombardamenti, convenzionali e con i gas. Graziani ordinò: «Incendiare e distruggere quanto è incendiabile e distruggibile». Il 24 gennaio, lo stesso in cui terminava la battaglia di Tembien, l’inseguimento si concluse a Neghelli, la capitale della regione più meridionale.
L’Amba Aradam
A febbraio Badoglio riprese l’avanzata verso sud. Gli sbarrava la strada l’Amba Aradam, una montagna ripidissima e dalla cima piatta, alta 2.700 metri, ricca di caverne e di anfratti naturali. Gli italiani sfruttarono al massimo la ricognizione aerea e l’impiego dei gas (per lo più arsine) e devastarono le retrovie degli avversari. La battaglia cominciò il 10 febbraio. Le forze italiane circondarono completamente l’Amba e travolsero le posizioni etiopi con quasi 23mila granate e 400 tonnellate di bombe: le perdite abissine furono altissime (Badoglio le stimò a 20mila morti). Fino al 16 gli aerei italiani mitragliarono i resti dell’esercito etiope in ritirata. A fine febbraio i continui rinforzi che arrivavano dall’Italia portarono a 300mila gli effettivi, contro i quali gli etiopi non potevano schierare ormai che 60mila combattenti. Questa sproporzione di forze e di tecnologia avrebbe dovuto convincere Hailé Selassié a una strategia prudente.
La battaglia finale
Invece l’imperatore d’Etiopia si sentiva costretto dalla tradizione ad attaccare l’invasore. Perciò raccolse le truppe rimaste e andò incontro agli italiani, che si erano spinti fino a Mai Ceu, circa 400 km a nord di Addis Abeba. Se avesse attaccato immediatamente come aveva intenzione di fare, avrebbe forse vinto, dato che le forze di Badoglio erano di poche migliaia di uomini. Ma il suo consiglio di guerra era diviso: molti volevano ritirarsi. Attaccò il 31 marzo. Badoglio, informato dall’intelligence, aveva fatto affluire imponenti rinforzi (40mila uomini in prima linea più altri 40mila nelle retrovie) e fatto fortificare le posizioni. Gli etiopi attaccarono prima dell’alba cogliendo qualche successo locale, ma alle otto intervenne l’aviazione italiana con 335 quintali di bombe sui combattenti che vennero colpiti anche con l’iprite. Il negus iniziò il giorno dopo la ritirata ma i bombardamenti italiani proseguirono. «Quaranta aerei sboccarono da nord sulla coda della colonna», raccontò Hailé Selassié descrivendo gli attacchi del 4 aprile, i più duri. «In qualche minuto la rimontarono in un uragano di bombe e rovesciando un diluvio di iprite… Non ci fu interruzione nel massacro». L’esercito etiope aveva praticamente cessato di esistere. Il 1° maggio il negus fu convinto dal consiglio dei nobili a fuggire in Europa per mantenere viva la resistenza e il 3 si imbarcò a Gibuti sull’incrociatore inglese Enterprise. Badoglio si precipitò ad Addis Abeba con quella che la retorica fascista chiamò “la marcia della ferrea volontà”, arrivando il 5 maggio: il 9 Mussolini proclamò il tanto sospirato impero.
I protagonisti
- PIETRO BADOGLIO
Nato a Grazzano Monferrato nel 1871 e avviato alla carriera militare, partecipò nel 1890-98 a numerose spedizioni in Eritrea. Salito di grado nella guerra di Libia (1911-12), nella Prima guerra mondiale divenne generale. Dopo fu nominato senatore e quindi ambasciatore in Brasile. Sotto il fascismo divenne Capo di stato maggiore generale. Diresse le operazioni militari durante il Secondo conflitto mondiale fino alla campagna di Grecia. Venne scelto da Vittorio Emanuele III per formare il governo subito dopo la deposizione di Mussolini il 25 luglio e firmò l’armistizio con gli Alleati l’8 settembre. Dopo il conflitto fu accusato di crimini di guerra da parte del governo etiopico, ma non fu mai tradotto in giudizio. Morì nel 1956. - HAILÉ SELASSIÉ
Nato come Tafarì Macommen nel 1892 a Egersa Goro, era solo il cugino del Negus Menelik II, ma appoggiò il colpo di stato del 1916 a favore dell’imperatrice Zauditù e le subentrò alla morte nel 1930 col nome di Hailé Selassié (Potenza della Trinità). Diede al Paese una costituzione e fondò l’università ad Addis Abeba. Non riuscì a fermare gli italiani, nonostante il ricorso alla Società delle Nazioni, e dovette andare in esilio tra il 1936 e il 1941. Dopo la guerra proseguì il processo di modernizzazione dell’Etiopia. Morì nel 1975.








