L’uomo ha bisogno di territorio libero, per allevare, coltivare ed espandere le città. Da secoli, le foreste ne stanno facendo le spese. Fino a quando possiamo sfruttarle? E che cosa si può fare per proteggerle?
Da anni gli occhi di milioni di persone in tutto il mondo sono puntati sulla foresta: brucia e viene disboscata, albero dopo albero. Sembra che tutti i problemi siano le foreste. Quindi cosa sta succedendo? L’impatto dell’uomo sulle piante è molto più antico e profondo di quello sull’Amazzonia e sulle foreste indonesiane, che bruciano quanto quelle sudamericane. La deforestazione è un fenomeno antico quanto l’occupazione umana della Terra, ed è uno dei processi chiave nella storia della nostra trasformazione della sua superficie». Non è facile calcolare quanti siano i milioni di ettari di foreste persi, ma si stima che il 40-50% dell’area forestale originale della Terra sia andata perduta. A conferma di ciò, un recentissimo articolo scientifico dell’organizzazione Archeoglobe (che unisce decine di archeologi e storici) rivela un Pianeta in gran parte già trasformato da cacciatori-raccoglitori, agricoltori e pastori 3.000 anni fa, molto prima di quanto si fosse stimato.
Antiche storie
Nel passato, le foreste subirono l’impatto dell’agricoltura e della pastorizia, che avevano bisogno di terreno libero. Dapprima furono abbattute quelle temperate: nella Russia Europea, per esempio, 67.000 chilometri quadrati di foreste furono eliminati tra la fine del XVII e l’inizio del XX secolo. Più o meno la superficie dell’Irlanda. In America, i pionieri avanzarono verso ovest e migliaia di chilometri quadrati di foreste furono abbattute solo nel 1850. Il risultato? Il 90% della foresta autoctona degli Stati Uniti continentali è stata rimossa a partire dal ’600, secondo l’Università del Michigan. Le foreste temperate hanno però avuto un po’ di respiro alla fine del secolo scorso, grazie a un’agricoltura più efficiente e allo spopolamento di molte zone agricole.
Un occhio ai tropici
Già dal Diciottesimo secolo gli ambienti tropicali subirono un duro impatto dalle attività umane, e il cambiamento colpì soprattutto foreste e praterie. La deforestazione massiccia ai Tropici è cominciata però poco dopo la Seconda guerra mondiale: tra il 1950 e il 1980, nel mondo tropicale sono scomparsi circa 318 milioni di ettari (un’area grande poco meno dell’India). In questo secolo il problema è diventato più grave: una delle statistiche più affidabili (il Global Forest Watch) dice che il Brasile ha perso, dal 2001 al 2018, 53,8 milioni di ettari, una riduzione del 10% della copertura arborea che c’era nel 2000.
Un altro Paese ricco di foreste tropicali, l’Indonesia, solo nel arco di tempo dal 2001 al 2018 ha perso 25,6 milioni di ettari. E anche se nell’questo ultimo decenno si è verificata la riconquista di alcuni territori disboscati da parte della foresta naturale, per esempio negli Stati Uniti Orientali, la superficie coperta da alberi è nel complesso diminuita.
Stop alla distruzione
Le immagini delle foreste bruciate e abbattute hanno impressionato l’opinione pubblica, che cerca di fermare la deforestazione facendo pressione sulla politica locale. Solo per darti un’idea, proprio nel lasso di tempo tra 2010 al 2015 la perdita netta annua dell’area forestale a livello globale era già inferiore della metà rispetto agli anni ’90. Ma molto è in mano a governi che spesso cambiano, e l’andamento della perdita di territori forestati è altalenante. Un esempio è ancora il Brasile, in cui dopo un picco nel 2008 di 568.100 ettari, l’area deforestata è scesa a 141.500 ettari nel 2010. Mentre il cambio di governo dell’2019 ha portato a un nuovo drammatico incremento: pocci mesi dopo, secondo l’Inpe (agenzia brasiliana per le ricerche spaziali) la deforestazione aveva colpito 757.800 ettari, l’83% in più rispetto ai 12 mesi precedenti.
Colpe e contraccolpi
Gli ecologi e gli studiosi puntano il dito su due aspetti: le cause della deforestazione e le sue conseguenze. Una spinta potente è il riscaldamento planetario, che sposta le precipitazioni, provocando a seconda dei casi alluvioni e siccità.
Le cause locali cambiano di Paese in Paese. Un articolo pubblicato sulla rivista Science ha suddiviso le responsabilità: il 27% è stato attribuito all’allevamento di bestiame, alla coltivazione di prodotti da esportazione come la soia, alle miniere e alle infrastrutture energetiche come le dighe. Il 25% è stato perso per estrarre legname di qualità, un altro 25% per l’agricoltura locale e il 23% per gli incendi. Complessivamente, l’espansione dell’attività agricola – e soprattutto degli allevamenti – è la causa diretta di circa l’80% della deforestazione tropicale: in parte ciò avviene tramite il fuoco che, in Amazzonia, è principalmente utilizzato per “pulire” le aree deforestate. La richiesta di legname e di legna da ardere è invece la principale causa del “degrado forestale”, la progressiva perdita di biomassa e complessità degli ecosistemi.
Mercato globale
Dopo la Seconda guerra mondiale è entrata nell’equazione anche la globalizzazione, che ha spostato la produzione agricola e l’allevamento nei Paesi tropicali. Il bestiame da carne che una volta era allevato nella Pianura padana o nelle praterie nordamericane è ora in Brasile e in altri Paesi. Si stima che i consumi dell’Unione Europea siano responsabili di circa il 10% della deforestazione globale. Il bestiame è nutrito con la soia coltivata nelle aree di foresta abbattuta. Un altro esempio molto noto è quello del’olio di palma. Coltivato soprattutto nelle foreste tropicali umide del Sud-est Asiatico per produrre un grasso alimentare e carburante “verde”, ha contribuito (con canna da zucchero e legname) alla distruzione di centinaia di chilometri quadrati di foreste in Malesia, Borneo e Papua. L’abbattimento avviene anche all’interno delle aree protette e dei territori tribali, e spesso è legato a organizzazioni criminali: il rapporto Rainforest mafia, dell’organizzazione Human Rights Watch, denuncia come violenza e impunità alimentino la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana.
Proteggere perché?
L’attenzione verso le foreste tropicali e l’allarme per la loro scomparsa non è uno sfizio dei Paesi ricchi. Anche se uno degli aspetti spesso citati, la produzione di ossigeno, non è un problema. L’ossigeno prodotto dalla vegetazione è quasi tutto utilizzato dagli stessi ecosistemi naturali; poco va in atmosfera (anche se è indispensabile, a lungo termine, per mantenerne il livello attuale del 21% e se si abbassasse troppo molti esseri viventi, uomini compresi, soffocherebbero). Gli scienziati invece si preoccupano di altri due aspetti: l’assorbimento di anidride carbonica (CO2), sempre da parte degli alberi, e la protezione della biodiversità. Riguardo al primo, secondo uno studio della Nasa, le foreste tropicali assorbono dall’aria 1,4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che si trasformano in legno e foglie e rimangono così “bloccati”. La deforestazione impedisce appunto che le piante assorbano la CO2, disperde quella accumulata nei tronchi e nelle radici e contribuisce all’aumento della temperatura terrestre.
Ricchezza di specie
Ma la vera ragione per cui le foreste tropicali devono essere protette, affermano gli ecologi, è la presenza di un elevato numero di specie animali e vegetali (la biodiversità). I Tropici hanno la più alta biodiversità e, al loro interno, le aree più ricche sono le foreste pluviali. Si stima che queste ultime coprano solo il 6% della superficie della Terra, ma contengano circa metà di tutte le specie viventi. La loro utilità per l’umanità è, o potrebbe essere, elevatissima. Ci sono molte specie animali e vegetali che ci hanno dato prodotti indispensabli alla nostra vita. L’esempio più famoso è quello degli antibiotici, come la penicillina, che viene da un fungo. Diversi principi attivi vengono da altre piante o animali. Possiamo quantificare per queste specie il contributo che ci danno, ma non sappiamo che valore potrebbero avere specie che non conosciamo affatto. Ci sono anche valori indiretti, come il fatto che piante e funghi sono fondamentali per la resilienza di una foresta (la capacità di ritornare allo stato precedente dopo un cambiamento). I pericoli potrebbero essere più globali. Alcuni studi dicono che l’Amazzonia sia vicina al punto di non ritorno; se continuerà la deforestazione diventerà simile a una savana.
Azioni economiche
Preservare questa ricchezza biologica dagli incendi, dall’abbattimento e dalla definitiva scomparsa è compito della comunità internazionale. Un esempio che, se ci si mette d’impegno, le cose possono cambiare è il protocollo di Montreal: nel 1989 proibì la produzione e l’uso di sostanze che danneggiano lo strato di ozono stratosferico, ed ebbe un effetto significativo. Per il clima però non possiamo aspettare trent’anni.








