Tutti conosciamo il significato di espressioni come «sentire il cuore in gola» o «avere le palpitazioni»: basta uno sforzo fisico intenso, provare una forte emozione o anche avere la febbre alta che subito si avverte un’accelerazione dei battiti. In questi casi succede che per soddisfare le maggiori richieste d’ossigeno dell’organismo serve una portata cardiaca (ovvero il flusso di sangue) maggiore, ed ecco che aumenta automaticamente la frequenza delle pulsazioni. Quando si tratta di eventi fisiologici, una volta cessati il ritmo torna poi alla normalità.
Ma non sempre è così. Ci sono altre situazioni in cui la tachicardia può essere il segnale di qualcosa che non va, soprattutto quando si protrae da diverso tempo. Per questo è sempre il caso di approfondirne le cause.
TANTE FORME, SINTOMI SIMILI
Non solo cuore che batte veloce: la tachicardia può dare altri disturbi correlati da tenere sempre in considerazione e segnalare al medico. Per esempio, respiro corto, senso di svenimento, affaticamento, battito cardiaco irregolare (extrasistoli), sensazione di fastidio o dolore al petto. Sono sintomi che possono accomunare diversi tipi di tachicardia, non sempre benigni, e per questo è sempre opportuno rivolgersi allo specialista aritmologo per la diagnosi corretta. Le indagini prevedono diversi step: dal semplice elettrocardiogramma all’ecocardiografia fino all’holter (registrazione dell’attività cardiaca nelle 24 ore), anche sotto sforzo, oltre naturalmente alla visita cardiologica.
SINUSALE: LA MENO PREOCCUPANTE
Innanzitutto una definizione: si parla di tachicardia quando la frequenza cardiaca a riposo supera i limiti di normalità, che negli adulti è di 100 battiti al minuto. La tachicardia sinusale è caratterizzata dall’aumento di frequenza del ritmo sinusale, cioè generato dal nodo seno-atriale, che può essere considerato il nostro pacemaker naturale. Questo tipo di aritmia può essere la conseguenza di situazioni fisiologiche, come appunto l’attività fisica, un evento stressante o anche l’essere in gravidanza, e quindi nulla che debba richiedere un intervento specifico. Ma può essere secondaria anche a condizioni non temporanee, per esempio ipertiroidismo, anemia, ipotensione, insufficienza cardiaca. Quando la tachicardia è dovuta a patologie sottostanti si risolve trattando queste ultime. Possono provocare episodi di tachicardia sinusale alcuni farmaci (per esempio atropina, catecolamine o broncodilatatori) ma anche un consumo eccessivo di sostanze eccitanti come la caffeina, oppure di alcol e nicotina.
PAROSSISTICA: IMPROVVISA E TRANSITORIA
C’è una forma di tachicardia, per lo più benigna, che è caratterizzata da un aumento improvviso e brusco della velocità del battito cardiaco. Si definisce parossistica sopraventricolare a indicare proprio la sua comparsa repentina: si tratta di attacchi tachicardici dove la frequenza può raggiungere anche i 200 battiti per minuto. Possono verificarsi di giorno o di notte e hanno durata variabile, da pochi secondi ad alcune ore (raramente qualche giorno); di solito, però, si protraggono per non più di due o tre minuti. Questa alterazione del ritmo si verifica quando l’impulso di contrazione cardiaca non parte più dal nodo seno-atriale, ma dal nodo atrio-ventricolare per un disordine nelle normali vie di conduzione. Può essere associata ad alcune patologie, anche cardiache, ma il più delle volte insorge in individui sani, soprattutto in età giovanile. A innescarla, in questo caso, possono essere uno sforzo fisico, uno stato d’ansia, e condizioni fisiche come gravidanza, ciclo mestruale e menopausa, a causa degli sbalzi ormonali. È utile sapere che chi è soggetto a questi attacchi può interrompere da sé l’evento tachicardico attraverso le cosiddette manovre vagali che il medico gli suggerirà. Quando gli episodi diventano frequenti, tanto da risultare molto fastidiosi, si interviene con i farmaci (betabloccanti o antiaritmici) o con l’ablazione, una pratica mininvasiva utilizzata per correggere i disturbi del ritmo cardiaco.
VENTRICOLARE: LA PIÙ PERICOLOSA
L’aritmia ventricolare è quella più temibile in assoluto, perché può anche portare alla morte improvvisa. È sempre secondaria a patologie cardiache, sia strutturali (cardiopatia ischemica, displasia aritmogena del ventricolo destro o del ventricolo sinistro, miocardiopatia ipertrofica o dilatativa ecc.), sia genetiche (tra cui sindrome del QT lungo e sindrome di Brugada). Proprio per la sua pericolosità è fondamentale saperla riconoscere precocemente. Richiede sempre un intervento di cardioversione per riportare il cuore al normale ritmo sinusale (anziché originato dai ventricoli), il più delle volte utilizzando un defibrillatore (la cosiddetta scossa elettrica). Successivamente viene valutata la necessità di impiantare un apparecchio defibrillatore che tenga sotto controllo il ritmo cardiaco e intervenga in caso di necessità.
FIBRILLAZIONE ATRIALE: PUÒ DIVENTARE CRONICA
La fibrillazione atriale è causata da impulsi elettrici disordinati e irregolari che causano la contrazione rapida, irregolare e debole degli atri. Succede così che la gittata cardiaca diminuisce vertiginosamente e diventa insufficiente a soddisfare le esigenze dell’organismo. Nella fibrillazione atriale la frequenza cardiaca si attesta su valori compresi tra 100 e 175 battiti per minuto (in alcuni casi possono essere anche di più). Può essere temporanea, ma alcuni episodi possono durare a lungo e la fibrillazione tende a stabilizzarsi se non curata in modo appropriato alla prima comparsa. Quando la fibrillazione atriale si cronicizza, accade che alcuni pazienti non si accorgono nemmeno di avere le palpitazioni. Spesso però accusano sintomi collaterali come astenia o mancanza di fiato che erroneamente imputano all’avanzare dell’età. Si tratta infatti di una patologia che insorge prevalentemente dopo i 60 anni ed è più frequente in persone che soffrono di malattie cardiovascolari. Va sempre curata, con farmaci aritmici e anche anticoagulanti, dal momento che si riduce la velocità del flusso sanguigno e si possono quindi generare coaguli provocando episodi trombotici, embolie e ictus. Esiste poi un tipo di fibrillazione atriale che interessa prevalentemente chi ha un cuore sano e che si può osservare con una certa frequenza in chi svolge attività sportiva di endurance, in particolare ciclisti e atleti di triathlon, sottoposti quindi a grandi sforzi prolungati nel tempo. È la fibrillazione atriale parossistica: a insorgenza improvvisa, crea un’elevata frequenza (superiore ai 140 battiti per minuto) e tende a esaurirsi da sola, non superando in genere le 48 ore. Qualora il fenomeno tendesse a ripetersi, anche in assenza di altre patologie, si possono assumere farmaci antiaritmici per riportare il battito cardiaco al ritmo normale.
SE FALLISCONO I FARMACI
I medicinali, però, non sempre risolvono o prevengono il problema e talvolta possono essere mal tollerati. Lo specialista allora può proporre la cosiddetta ablazione transcatetere. Si tratta di una procedura mirata a interrompere selettivamente i circuiti elettrici anomali, creando piccole cicatrici sui tessuti interessati. Si procede prima con uno studio elettrofisiologico del cuore che avviene grazie a sottili cateteri che raggiungono per via endovenosa il cuore e ne registrano l’attività elettrica. Una volta rintracciata la parte del tessuto cardiaco sede dell’anomalia, questa viene “bruciata” veicolando una fonte di energia, ad esempio onde radio ad alta frequenza che generano calore, tramite il catetere ablatore. A volte si utilizza anche il freddo, e in questo caso si parla di crioablazione. La procedura può durare due-tre ore e, di solito, è praticata in anestesia generale. L’intervento è risolutivo nel 70-80% dei casi.
Stimolazione vagale: come si effettua
C i sono casi in cui il cardiologo può prescrivere le cosiddette manovre vagali, da eseguire durante gli episodi di tachicardia parossistica. Servono a stimolare il nervo vago, che partecipa alla regolazione del battito cardiaco, e richiedono alcuni semplici interventi tra cui:
- ● tossire;
- ● tapparsi il naso cercando di spingere fuori l’aria dalle narici (manovra di Valsalva);
- ● esercitare una pressione sull’addome, in corrispondenza della bocca dello stomaco;
- ● applicare un impacco di ghiaccio sul viso;
- ● comprimere il plesso carotideo, ossia, con il collo piegato di lato, individuare la zona dove si sente pulsare la carotide e premere con la punta delle dita per alcuni secondi. L’efficacia di queste manovre è notevole, con una percentuale di successo del 70%, purché vengano effettuate tempestivamente.
Tachicardia sinusale inappropriata: un intervento ibrido per correggerla
Colpisce soprattutto le donne, in particolare in presenza di disturbi d’ansia e di stress. La frequenza cardiaca non scende mai sotto i 100 battiti per minuto, anche a riposo, e questo crea una condizione debilitante. Normalmente la tachicardia sinusale inappropriata viene trattata con terapia farmacologica (betabloccanti, calcioantagonisti o attraverso farmaci selettivi sulla funzione del nodo del seno, fra i quali l’ivabradina) volta a ridurre la frequenza. Nei casi resistenti alla terapia, fino a oggi, venivano eseguite ablazioni transcatetere con radiofrequenza che, tuttavia, non sembrano avere benefici effettivi e duraturi. All’Ospedale San Raffaele è stato effettuato il primo intervento in Italia di ablazione condotto simultaneamente con mappaggio cardiaco elettrofisiologico, su una giovane donna di 21 anni. L’operazione, mininvasiva, è stata eseguita da un team multidisciplinare composto da una cardiochirurga e da una cardiologa elettrofisiologa in collaborazione con dei colleghi di Bruxelles che hanno ideato la procedura. Il vantaggio dell’approccio ibrido è la possibilità di identificare con precisione le aree cardiache origine dell’aritmia in cui intervenire subito tramite l’ablazione, evitando le complicanze dell’intervento tradizionale.








